L'uomo dal teschio in mano

 

Caio Popilio era un tribuno romano, che aveva fatto carriera grazie ai suoi atteggiamenti populistici che gli avevano fatto guadagnare la simpatia della gente.
Quando però Bruto assassinò Giulio Cesare alle Idi di marzo, gridando nel foro romano “Viva Cicerone, Viva la Libertà!” vedendo in lui l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine della Repubblica, Antonio temette fosse ormai giunta anche la sua fine.
Per questo, Antonio mise Popilio sulle tracce di Cicerone, che lo raggiunse presso la sua villa di Formia e lo uccise, tagliandogli la testa, che poi nascose dentro ad un sacco.
Popilio era combattuto: non sapeva se dare la testa ad Antonio, facendosela pagare, o se tenerla con sé come un amuleto portafortuna, per scaramanzia.
Alla fine la tenne, e decise di fuggire da Roma: si imbarcò sul Tevere, una strada più sicura rispetto alle vie consolari, e si stabilì in Umbria, dopo aver superato la convergenza col Nera, proseguendo a sinistra per qualche chilometro.
Sulla collina alle sue spalle c’era un piccolo villaggio, Albianum, ma il posto era tranquillo, perfetto per fermarsi a vivere, tra le giuncaie e i canneti, e così vi impiantò il suo presidio: villa, campi, e un podere chiamato Popiliano.
Tra le canne c’era una caverna, e lì aveva nascosto in gran segreto il sacco con la testa di Cicerone.
Negli ultimi mesi della sua vita Popilio passava moltissimo tempo nella grotta, facendo preoccupare moglie e figli, e lì dentro morì all’improvviso mentre stringeva convulsamente il sacco del mistero, e lì lo seppellirono senza riuscire a staccarglielo dalle mani.
I secoli passarono, e circa 1000 anni dopo arrivarono dei monaci da Soratte e dal Cimino, che fondarono a Popiliano un monastero in onore di San Silvestro.
I monaci, ben presto, cominciarono a sentire voci misteriose, a vedere segni strani, e ben presto nessuno voleva più camminare nei corridoi di notte, perché spesso appariva una luce di una lampada a forma di teschio, tenuta in mano da uno scheletro.
Un giorno, il priore del monastero trovò per caso una pergamena e, grazie ai suoi studi, gli parve che si trattasse di un testo di Cicerone: appena scese nella cripta di San Silvestro, le luci si spensero con una folata di vento e sentì un ululato che lo immobilizzò dal terrore.
Improvvisamente apparve sull’altare quello scheletro, che teneva la lampada-teschio per il collo, come se volesse strangolarlo: il teschio aprì la bocca e con un rantolo disse “Causa causarum, miserere mei!”, la stessa frase che il priore aveva letto sulla pergamena, e che Cicerone aveva pronunciato al momento della sua morte.
Il povero priore ebbe solo il tempo di alzare la mano per fare il segno della croce verso il teschio, prima di morire dalla paura.
Quando sono stati fatti gli scavi di Popiliano, tantissimo materiale ha rivisto la luce: cocci, pietre, vecchie condutture di piombo di epoca romana, una piscina pavimentata a mosaico, tombe, anche monete dell’epoca di Silla.
Ma soprattutto è stata ritrovata una tomba piuttosto strana, di fronte alla quale il lavoro si è fermato: dentro c’era uno scheletro intero, ben conservato, che stringe tra le mani un teschio mummificato, con occhi spalancati e bocca aperta, dalla quale si intravede una lingua che sembra viva.

 

FONTE: Luciano Canonici, Le leggende del Tevere, 1979

 

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